Mi chiamo Daniele Campi Martucci, ho 33 anni e vivo a Genova dalla nascita. Ho frequentato il liceo linguistico e, al termine, mi sono iscritto alla facoltà di Economia e Commercio, avventura conclusasi dopo alcune peripezie e anni sabbatici nel novembre 2006 con una tesi di ricerca, la cui stesura ha richiesto quasi un anno di lavoro, dal titolo I sistemi PLM per l'impresa digitale, che mi ha permesso di ottenere il massimo dei voti e poi pubblicata nel mese di marzo del 2010 presso le Edizioni Savine di Teramo.
Citando dall'abstract del libro: la crescente importanza assunta dal Product Lifecycle Management (PLM) è la conseguenza diretta dei fenomeni in atto nell'assetto tecnico ed organizzativo delle moderne imprese industriali: la spinta alla focalizzazione sul core-business, la tendenza all'outsourcing di prodotti e servizi, l'organizzazione in rete, la facilità ed economicità di comunicazione fra siti remoti, lo spostamento di parte delle attività in paesi a basso costo di manodopera, la disponibilità di tecnologie informatiche e di comunicazione a basso costo ed integrate. Tali fenomeni costringono le aziende a mutare radicalmente il modo di gestire le proprie attività, attivando attraverso un comportamento innovativo la terziarizzazione dei processi di progettazione, di ingegnerizzazione e di produzione, nonché i processi collaborativi di co-design e co-engineering, con la conseguente necessità di un forte presidio e coordinamento su dati e processi lungo l'intero ciclo di vita del prodotto.
Dopo aver lavorato per un anno e mezzo in ambito contabile e amministrativo, l'interesse verso le applicazioni informatiche nel settore industriale mi hanno portato a gestire per conto di un'importante realtà genovese lo studio e la realizzazione di un Sistema Informativo Direzionale su base web, con l'obiettivo di realizzare un articolato pacchetto di report giornalieri destinati al management aziendale. Attualmente mi occupo di controllo di gestione presso la stessa società, curando la costante implementazione del sistema e monitorandone la capacità di rispondere tempestivamente alle esigenze informative dei manager.
Ho iniziato a fotografare da adolescente con una Fuji prevalentemente paesaggi e studi di dettagli per poi abbandonare la fotografia, salvo poi riscoprirla a distanza di anni grazie ad una reflex digitale e manifestando un forte interesse per gli ambienti dismessi, abbandonati dagli uomini ma non dai ricordi e dalle vivide emozioni che sanno ancora suscitare in uno spettatore attento.
In un'epoca in cui ormai l'estetica dell'abbandono è divenuta fenomeno di tendenza, una sorta di filone glamour obbligatorio per chiunque voglia avvicinarsi alla fotografia di successo, l'attraversare trasversalmente la moda effimera è comunque un modo per affermare la propria individualità e per poter proseguire quando questo clamore passeggero si sarà esaurito. Il compito della fotografia, infatti, non è esclusivamente artistico, nel più ampio significato che questa definizione può contenere, ma anche di sottrarre porzioni della realtà dal loro contesto, isolarle in un preciso momento temporale, cristallizzandole e filtrandole attraverso l'obiettivo di colui che preme il pulsante di scatto. Non ho la presunzione di ritenermi un fotografo a tutti gli effetti, tuttavia cerco caparbiamente di catturare il mondo che mi circonda, costringerlo in un quadro e fermarlo con un semplice gesto, a modo mio, ma evitando qualunque aurea artefatta e costruita ad arte.
L'interesse nei confronti del paesaggio industriale è nato poco alla volta cercando di catturare le geometrie e le architetture cupe e barocche dell'Ilva di Cornigliano, fino al momento in cui mi sono reso conto di quanto fosse svuotato di significato ogni scatto, reso uno strumento di ricerca artistica fine a se stesso, se privato della storia retrostante, una storia di uomini, terre e processi. La scoperta della disciplina dell'archeologia industriale, sotto molti aspetti, ha consolidato questo tentativo di comprendere le trasformazioni sociali ed economiche avvenute nel territorio, calarle ciascuna nel suo preciso contesto storico, cercando di raccontarle attraverso le fotografie scattate all'interno di quei manufatti che ancora resistono al continuo assalto del tempo, della natura e, soprattutto, dell'incuria dell'uomo.
Ho cercato dunque di trasformare l'occhio di vetro della macchina fotografica in un testimone attivo dei processi di industrializzazione e dei cambiamenti del territorio, trasmettendo le mie stesse sensazioni attraverso un flusso emozionale, che cala in un silenzio a tratti irreale e sospeso tra passato e presente, un momento di riflessione evocato da immagini estratte dal tempo, momento al quale viene attivamente chiamato a divenire partecipe attore colui che le osserva.
Ad oggi sto lavorando ad un ambizioso progetto fotografico destinato a ripercorrere le trasformazioni sociali, economiche e culturali causate dell'industria genovese, attraverso scatti che ritraggono la riconversione o l'abbandono delle strutture ancora presenti sul territorio.
Cordialmente vostro,
Daniele Campi Martucci