Sul finire del 2003 iniziai a scrivere una specie di romanzo, una sorta di sceneggiatura sperimentale, i 21 Giorni di Ordinaria Rappresentanza, con il quale polemizzavo pesantemente nei confronti di una realtà, quella della rappresentanza, che avevo avuto la (s)fortuna di conoscere da dentro. Il 2003 fu un anno piuttosto difficile e pesante, funestato da una grave crisi e dagli strascichi morali e psicologici di alcuni eventi poco piacevoli. Senza che nessuno mi consigliasse decisi (più o meno coscientemente) di abbandonare una carriera universitaria più che dignitosa, e di buttarmi nel mondo del lavoro per trovare i soldi necessari almeno per garantirmi quel minimo di sussistenza che mi facesse sentire un essere umano. Venni una prima volta contattato dall’agenzia genovese di una nota casa editrice italiana, sostenni un doppio colloquio, venni preso (senza alcun contratto, chiaro, solo un foglio da firmare che dava diritto di fregiarsi del titolo di “procacciatore di affari”) e seguii un corso al termine del quale cominciò la vera e propria avventura, chiamiamola così. Ossia venni lanciato nel dorato mondo della rappresentanza commerciale per cercare di vendere enciclopedie e libri di grosso valore editoriale e culturale. Per carità, opere meritevoli e certamente pregevoli sia come fattura che come contenuti, ma orrendo il meccanismo.
Non pago di questa meravigliosa esperienza, quando venni contattato da una ragazza che lavorava presso un’agenzia di una nota compagnia telefonica e mi venne proposto di lavorare per loro, accettai. Oddio, avevo i miei dubbi, ero piuttosto freddo nei confronti di questa opportunità, giusto per paura di schiantarmi contro un’altra delusione. Il mio superiore era un tizio a dir poco strano, abbastanza meschino e menefreghista ma fondamentalmente simpatico e disponibile.
Almeno così mi sembrava.
Dopo alcuni mesi me ne andai, proprio a cavallo tra il 2003 e il 2004, senza farmi più sentire e senza essere più cercato, ma forte di questa sceneggiatura sperimentale scritta durante i tre mesi precedenti.
Ho sempre adorato il cinema, in tutte le sue forme stilistiche e in tutti i suoi generi, senza discriminazioni. Avevo già provato, qualche tempo fa, a trarre una sceneggiatura da un libro che amo molto (Il Signore delle Mosche di Goldwin) e in rete ho trovato alcuni database di sceneggiature in lingua originale. Considero la forma di sceneggiatura come un artificio narrativo, non come tramite tra scrittura e visione, ma come vera e propria lettura. Per questo ho adoperato un linguaggio volutamente forte e volgare, estremo anche dal punto di vista linguistico, cercando di ricalcare il più possibile la lingua parlata, con tutti i suoi intercalare e i suoi difetti grammaticali. Non si tratta dunque di una scrittura che va interpretata da un attore, ma da una lettura della parola viva. Almeno nelle mie intenzioni più o meno coscienti.