La mia risposta non si fa attendere: “Certo, entra pure!”
Mi sposto per farla accomodare nel mio caotico cubicolo, dando nel frattempo un calcio furtivo ad un paio di mutande sporche gettate per terra. Si infilano sotto la libreria. “Perfetto” penso, “almeno posso stare sicuro che per un po’ di tempo lì sotto non ci saranno ragni”. Mi fisso a mente l’impegno di andarle a ripescare, prima o poi. Mi rendo conto troppo tardi che la collezione di biancheria intima è troppo vasta per poter essere sistemata a calci. Faccio finta di niente, l’indifferenza è l’arma migliore. E poi, in fondo, sono o non sono un artista? Si sa, l’artista è distratto per definizione...
Anna sembra non badare troppo al caos che regna sul pavimento. Nei movimenti di quella ragazza c’è un qualcosa che lascia trasparire freschezza e sensualità. Cerco di effettuare un rapido reset mentale, prima di fare una delle mie consuete figuracce. Allora, ragioniamo, niente panico, un respiro profondo, un po’ di sano ossigeno al cervello e concentrati sulla situazione che devi affrontare. Un magnifico esemplare di femmina è appena entrato nel tuo microcosmo. Non tocchi una donna da... da... lasciamo perdere. Devi apparire sereno, tranquillo e misterioso ai suoi occhi, proprio come ogni buon maschio latino che si rispetti. Come sei messo? Un paio di boxer sbrindellati, una maglia sporca di pittura e ketchup. Il primo passo verso il baratro. Un paio di sandali. Ok, per stasera ti tocca comprare una rivista porno. Dai, fatti forza, c’è di peggio, il viso è quello che conta, il primo contatto visivo che non scordi mai. Mi passo con noncuranza una mano nei capelli, mentre lei sta osservando uno dei miei quadri. Da quanto tempo non faccio una doccia? Domande di riserva ne ho? No, eh? L’ultima volta che il mio viso ha provato l’emozione di sentirsi strusciare sopra una lama è stato due sere fa, quando un paio di ubriachi hanno cercato di attentare alla mia verginità anale sulla Quai de la Mégisserie... Ho capito: sto grattando il fondo della botte, anzi, forse qualcosa di più. Del resto come potevo immaginare che così, di punto in bianco, mi sarebbe piombato in casa questo leggiadro essere che mai potrò possedere carnalmente se non contro la sua volontà?
Fermi tutti. Sono un artista. Presunto tale, ma non mi sembra il caso e tanto meno il momento di sottilizzare. I miei quadri occhieggiano da ogni punto della stanza, i blocchi da disegno sono sparsi ovunque, anche troppo. Mi faccio avanti. “Ti piace la pittura?”. Per poco non mi amputo un labbro con un morso: potevo esordire con una banalità peggiore?
“Sì, molto” mi dice sorridendo e avendo pietà di me, del mio appartamento in miniatura e, soprattutto del mio aspetto abbandonato al suo crudele destino “studio all’Accademia delle Belle Arti, anche io amo dipingere, in particolare con la china”.
Spostato il cuore dalle tonsille, cerco di fare mente locale e esordisco con un “allora posso farti vedere i miei bozzetti preparatori, sono tutti a china!”.
Oggi parlo come un cerebroleso cui hanno asportato il lobo frontale. Non attendo una sua risposta e mi fiondo sulla mia cartella di pelle, lanciando un’occhiata fugace alle sue stupende gambe. Del resto se le donne mettono le gonne vuol dire che vogliono farsi guardare. Mentre le mostro i disegni mi posiziono al suo fianco in modo da poter ammirare in modo appagante il fulgore dei suoi seni. Se sono nato uomo ci sarà pure un valido motivo.
“Ecco, guarda, qui c’è la place des Vosges, qui una riproduzione del Moulin de la Galette di Renoir al Musée d’Orsay, il Palais du Luxembourg, l’Arc de Triomphe du Carrousel, la Seine vista dal Quai d’Orsay... ah, Paris...”
Intanto, dalle pieghe del consunto divano, ha fatto capolino il muso curioso del mio placido gattone rosso, con un’espressione a metà tra lo stupore e il disgusto esistenziale. Non appena lo vede Anna lancia un gridolino di approvazione e mi lascia tra le mani la cartelletta con tutti i miei bozzetti per andare ad accarezzarlo, proprio mentre io stavo discutendo dell’evoluzione dello stile di Rembrandt. In circa mezzo secondo mi rendo conto della mia profonda, immensa stupidità. Un po’ come l’adolescente che chiede alla ragazza che gli piace se vuole vedere la sua collezione di francobolli. Una parte del mio cervello fa notare che, in effetti, posseggo anche quella, ma viene subito zittita dall’altra parte, quella ancora sana e funzionante.
Panico.
Theo sta facendo le fusa, quel figlio di una gatta minore, e pensare che a me riserva solo graffi e morsi. Annoto nel mio block notes mentale di non dargli più la pappa per almeno tre giorni.
Urge una manovra diversiva, ma quale? Creare un po’ di atmosfera... musica! Perché non ci ho pensato prima? Sgattaiolo allo stereo e faccio un rapido elenco mentale della musica che posso mettere: “Smack my bitch up” dei Prodigy? No, scapperebbe. “Creep” dei Radiohead? No, farebbe harakiri. Aphex Twin? Certo, poi chi la sveglia? Vada per Yann Tiersen, mi sembra appropriato, metti poi che sia l’Amélie Poulain della situazione...
Il volume è così inaspettatamente alto che saltiamo in aria tutti e tre, in particolar modo Theo che, stizzito, scappa a zampe levate in bagno. Annaspo sui pomelli finché non trovo quello giusto e abbasso quel suono assordante. Da uno a dieci che figura di cacca ho fatto? Trenta? Ho ancora una considerazione troppo elevata di me stesso.
Mossa diversiva numero tre: “Vuoi bere qualcosa, Anna” staccando il suo nome dal resto della frase, un po’ come avrebbe fatto Humphrey Bogart se si fosse trovato in boxer davanti ad una bella bionda.
“No, ti ringrazio...” ho fatto il venditore per qualche anno e dovrei sapere bene che non si interrompono le persone quando parlano. Ma io sono troppo un mostro per ricordarmene: “ma, dimmi, come fai a sapere il mio nome”. Ci manca il “baby” finale e magicamente mi ritroverei in un film anni Cinquanta con una sigaretta pendente tra le labbra e il cappello dalla tesa larga in testa, magari bagnato da una pioggia maliziosa. Peccato che in casa non piova. Fumare? Cavolo, la sigaretta fa molto artista maledetto perso tra le volute di fumo! Nel momento in cui finisco la frase afferro languidamente il pacchetto di schifosissime Gauloises, glielo porgo, lei ne prende una tra le sue dita lunghissime e io per poco svengo. Ma sai quanto costano? Non te le potevi portare da casa? No, no, che dico, stavo scherzando. Faccio scattare il mio Zippo, con quel suono ammaliante, le accendo la sigaretta e poi accendo la mia. Scatto di chiusura, ah...
Quando lei mi risponde dicendomi “beh, è bastato leggere il nome sulla cassetta delle lettere...” per poco non mi strozzo con una boccata di fumo.
Silenzio imbarazzato.
Lei si guarda discretamente intorno, il mio cervello intanto viaggia sui 6000 chilometri orari in cerca di qualche argomento interessante. Poi ci pensa lei a tirarmi fuori da ogni impiccio: “lavori o sei qui per studiare?”. Panico. E adesso cosa le rispondo? “Niente di tutto questo” le dico con un sorriso ammiccante “sono andato via dall’Italia per allontanarmi dallo stress del lavoro e per potermi dedicare anima e corpo alla mia unica vera passione “(le donne, penso) “la pittura. Ormai ero stanco di sacrificare la mia vita a fare cose che non mi piacevano e che non mi arricchivano interiormente, così ho deciso di partirmene e di trasferirmi qui a Parigi...” lei è un po’ impaziente mentre le parlo della mia vita come se fosse quella di un Picasso in erba (a proposito, dove l’ho messo il narghilè? Ah, è sotto il tavolo, speriamo non se ne accorga).
“Senti” esordisce “scusa se ti interrompo, ma se sono venuta da te è solo perché ho un problema”. Stasera non sai cosa fare e i tuoi ormoni stanno per esplodere? Ci penso io, cara... Devi aprire una scatola di pelati e come tutte le donne stai incontrando difficoltà insormontabili? Sei un’appassionata di eiaculazioni maxillo-facciali e vuoi servirti di me? “Je voudrais lécher ta passiére” le dico tra me e me, poi opto per un “dimmi tutto!” pronunciato con tono maschio.
“Beh, sai, il mio appartamento si è allagato, e la perdita proviene quasi sicuramente dal tuo bagno”.
Dopo quattro secondi di silenzio in cui ho definitivamente perso ogni possibilità anche remota di accedere al Paradiso mi dirigo lesto verso il bagno facendole cenno di seguirmi, lì si trova anche la lettiera di Theo, Theo sta facendo la cacca, ma a modo suo: un Boa Costrictor è meno appariscente. “Perché cazzo non copri la tua merda come fanno tutti i gatti, eh? E da domani a dieta, non puoi partorire ogni volta che caghi!” gli dico in italiano, giusto per non farmi capire da Anna. Spruzzo un po’ di deodorante, ma non faccio altro che peggiorare la situazione. Per sviare l’attenzione dalla puzza che regna sovrana le dico “ma io non vedo nessuna perdita, mi sembra tutto asciutto...” mentre lo dico do un colpetto alla tavoletta del water per richiuderla (odio le donne!), come questa si chiude una piastrella della parete si stacca di netto, cade in terra e si sfracella in mille pezzi, poi un’altra e un’altra ancora. Dietro le piastrelle l’intonaco è fradicio. Mi giro verso Anna, lei mi sorride soddisfatta. “Stronza” le dico in italiano. Anche per oggi non si tromba. Lei continua a sorridere...
Driiiiiinnnn
Mi sveglio di colpo nel mio letto. Qualcuno sta suonando alla porta. Ma che razza di sogno ho fatto? Devo cambiare marca di birra. E basta MacDonald’s. Sento un peso sullo stomaco e getto lo sguardo oltre il mio petto: Theo appollaiato in grembo e quel dannato libro suggeritomi dalla signora Valerie. Oltre il mio petto? Sono ingrassato di colpo? E queste cosa sono? La mano scende lesta verso il basso ventre...
Nella stanza riecheggia un altro squillo di campanello e poi un urlo, quando mi rendo conto di essere diventato donna.